"Lintera attività terapeutica è in fondo questa sorta di esercizio immaginativo che recupera la tradizione orale del narrare storie: la terapia ridà storia alla vita".
J.Hillmann Le storie che curano.
Abbiamo tutti bisogno di ascoltare, vivere, creare o raccontare storie.
Storie di altri o storie nostre, già successe, che ci stanno succedendo o che vorremmo succedessero; "affinché lavvenimento più comune divenga unavventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo"(2).
Raccontare storie è il nostro strumento privilegiato per venire a patti con le sorprese e le stranezze della condizione umana, come pure con la nostra imperfetta comprensione di questa condizione (3).
Abbiamo un bisogno vitale delle costruzioni narrative che connotano e costellano lesistenza e rendono linaspettato meno sorprendente e meno arcano. Quelle già scritte nei testi epici o nei libri delle grandi religioni: metafore, simboli o archetipi; storie mitologiche, storie bibliche, racconti, romanzi o novelle, che altri autori hanno pensato, scritto o narrato per soddisfare questo bisogno di narrazioni che da sempre è stato in noi connaturato e ci caratterizza come specie umana. "Un uomo è sempre un narratore di storie; vive circondato dalle sue storie e dalle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse"(4).
Altri prima di noi, e prima dellinvenzione della scrittura, ci hanno tramandato i loro racconti: storie di cacce possibili, di culti, riti, paure o esorcismi probabili, sotto forma di dipinti e di incisioni rupestri: Lascaux, Altamira, Val Camonica.
Ma abbiamo soprattutto bisogno che le costruzioni narrative di cui è costellata la nostra esistenza si inscrivano entro un orizzonte di senso inequivocabilmente riconoscibile come nostro, dove in mezzo ad esse e per mezzo di esse possiamo soppesare o ripensare azioni o avvenimenti passati, anticipare risultati di altre possibili, collocandoci nel punto di intersezione di vicende non ancora completate, in una costante dialettica tra il "già noto" e "il possibile".
Ed è proprio qui, tra il "noto" ed il "possibile", che si dipana la narrazione più lunga con la quale veniamo in contatto e dove confluiscono tutte le altre: la nostra vita; questa storia dal vero che raccontiamo a noi stessi in un lungo monologo, spesso episodico, a volte inconsapevole, ma sempre comunque frammentario o interrotto.
"La comprensione che ognuno ha di se stesso è narrativa: non posso cogliere me stesso al di fuori del tempo e dunque al di fuori del racconto"(5), ha detto il filosofo Paul Ricoeur; è anche vero, tuttavia, che a volte la propria storia può sembrare del tutto insignificante o banale oppure, alternativamente, pericolosa per chi potrebbe raccontarla.
Come scrive Bruno Bettelheim: "La comprensione del significato della propria vita non viene improvvisamente acquisita a una particolare età, neppure quando la persona ha raggiunto la maturità psicologica. Al contrario, è lacquisizione di una sicura comprensione di quello che può o dovrebbe essere il significato della propria vita a costituire il raggiungimento della maturità psicologica"(6).
Ciononostante, le storie, i linguaggi e le parole di cui sono costituiti non bastano da sole a rendere conto di tutte le dimensioni della nostra esistenza o del nostro vissuto: ad esse sono estranee le sensazioni corporee, i desideri, i conflitti e persino i tabù inaccettabili (7).
"Non chiederci la parola che squadri da ogni lato lanimo nostro informe e a lettere di fuoco lo dichiari", ha scritto Eugenio Montale, mentre per Jorge Luis Borges "le parole sono simboli che postulano un ricordo condiviso"(8).
A questa riflessione sullimportanza della narrazione e del racconto nella dimensione umana e in terapia, si aggiunga che lultimo attesissimo romanzo del premio Nobel per la letteratura Gabriel Garcìa Márquez sintitola proprio Vivere per raccontarla. In premessa lautore ha posto questa frase: "La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla"(9).
Il secolo XX e la svolta narrativa
Come sottolinea Aldo Gargani, ciò che più ha caratterizzato il secolo appena trascorso in letteratura, filosofia, arte, musica, ma anche nella scienza è stata la linguistic turn (10), la svolta linguistica, da cui è emersa una rinnovata consapevolezza della funzione indispensabile della mediazione del linguaggio in ogni operazione intellettuale (11).
Come conseguenza implicita dobbiamo assumere lesistenza di un nuovo interesse verso le narrazioni o, meglio, di una vera e propria svolta narrativa che si è prodotta nelle diverse discipline che hanno come oggetto comune lo studio delluomo.
Questo mutamento ha fortemente caratterizzato gli ultimi due decenni, in cui sembra che linteresse di molti studiosi si sia focalizzato soprattutto sulla capacità della forma narrativa di modellare i nostri concetti di realtà e di legittimità (12).
Una sommaria ricostruzione delle principali tappe dello studio rigoroso della forma narrativa, dei suoi impieghi e della sua padronanza, può iniziare con un riferimento alla Poetica di Aristotele, per il quale approfondire il problema della mimesis cioè delle modalità in cui le diverse forme letterarie (commedia, tragedia, ecc.) imitano la vita era fondamentale. Ancora nella Poetica aristotelica ritroviamo una definizione di mythos, che coincide spesso con quanto definiamo con il termine trama, riferito a un qualunque testo.
Per Aristotele mythos e praxis, cioè trama e azione, sono anteriori sul piano logico ad ogni altra parte della creazione drammatica, incluso lethos o carattere. Usando un termine inglese, la trama o mythos (13) coincide dunque con il plot, cioè con lorganizzazione e lo sviluppo dei diversi testi, mentre lattività di plotting, cioè la dinamica del narrare, può essere identificata con la più generale attività umana di intessere, elaborare e progettare costruzioni narrative, sia orali che scritte. Per usare una categoria dellanalisi linguistica, il plot o trama coincide con la sintassi di un certo modo di narrare, di raccontare; di esprimere, cioè, la nostra comprensione del mondo.
Sempre nella Poetica, Aristotele indaga la peripéteia o peripezia (14), che descrive le giuste, immediate circostanze che trasformano una normale sequenza di eventi in un racconto (15).
Ripartendo da Aristotele e proiettandoci nella modernità, ci sembra fondamentale lapporto dei formalisti russi (16) e in particolare i lavori di Vladimir Propp (17). Limportanza di questa scuola sta forse nel fatto di aver elaborato quella che si potrebbe chiamare una teoria "costruttivista" (18) del fatto letterario, capace di richiamare lattenzione sullelaborazione dei materiali e sui modi in cui un dato testo viene di fatto messo insieme. Una delle loro espressioni favorite è infatti il termine "artificio", e cioè la tecnica con la quale viene impiegato un determinato motivo, evento o tema (19).
Nel 1928 Propp pubblicava la sua Morfologia della fiaba; da studioso del folklore quale egli era, si sentiva molto attratto dal nuovo formalismo della linguistica russa dellepoca, riconoscendo però al contempo che la struttura della forma narrativa non si esauriva nella sola sintassi, ma soddisfaceva al recondito e comune desiderio degli uomini ed esprimeva il loro sforzo di fronteggiare le cose spiacevoli ed inaspettate della vita, così come gli antichi greci avevano fatto con il mythos (20).
La tradizione degli studi di narrativa dei formalisti russi viene ereditata da studiosi prevalentemente anglo-americani e francesi, spesso con finalità alquanto diverse tra loro, ma che hanno contribuito e contribuiscono ancor oggi ad arricchire quel settore di studi che prende il nome di narratologia, e nel quale si è tornati a riconoscere unimportanza quasi aristotelica al concetto di trama (21).
Era stato lo scrittore britannico Edward M. Forster (22) con la pubblicazione, nel 1927, del libro Aspects of the Novel, per lungo tempo citatissimo, a formulare la teoria che limportanza attribuita da Aristotele alla trama fosse erronea e che il nostro interesse per unopera di narrativa derivasse non tanto dalla "imitazione di unazione", quanto dalla "vita segreta che ciascuno di noi vive nel proprio intimo" (23).
Anche il critico letterario e studioso enciclopedico K. Burke contribuì, nel 1945, a rinnovare il pensiero aristotelico nel suo saggio A Grammar of Motives, dove analizza le condizioni necessarie a descrivere situazioni drammatiche ed è proprio in questa drammaticità della narrativa che Burke vede riflessa la nostra abilità nellaffrontare le difficoltà umane, o meglio, la Difficoltà, come egli la chiama e che costituisce la sua versione della peripéteia aristotelica (24).
Ciò che Burke però criticava era soprattutto la moda formalistica della sua epoca, che negli anni del dopoguerra continuava ad essere in auge (25) e che veniva applicata anche ad ambiti diversi dalla narrativa. C. Lévi-Strauss, ad esempio, per rafforzare la sua tesi che miti e racconti popolari rispecchiano le strutture binarie conflittuali e contrastanti delle culture che li hanno generati, adattò le sequenze narrative invarianti (26) individuate da Propp (27). Mito e racconto sarebbero per lantropologo strutturalista francese manifestazioni di una cultura che cerca in tal modo di "venire a patti" con la vita comunitaria, e la narrativa rifletterebbe le tensioni dentro ad una cultura che produce a sua volta gli scambi richiesti dalla stessa vita culturale.
Negli anni 60 fiorì una vera e propria rivoluzione cognitiva che influenzò la linguistica, la psicologia, la pedagogia ed altre scienze umane. In quegli anni nacquero infatti la grammatica generativa e la linguistica di N. Chomsky, i primi studi sullintelligenza artificiale e la psicologia cognitivista, mentre gli studi sulla forma narrativa rallentarono o rimasero appannaggio dei letterati e di qualche storico (28).
La vera e propria "svolta narrativa" si ebbe durante gli ultimi due decenni del secolo ventesimo, soprattutto grazie al lavoro degli storici francesi che si richiamavano alla scuola delle Annales, tra cui G. Duby o F. Furet, o ancora in paesi di lingua inglese grazie ai lavori di H.White (29), S. Schama, A. Danto (30).
La svolta narrativa determinò anche una vera e propria svolta autobiografica (31); lautobiografia smise di essere considerata una semplice descrizione delle vite più rappresentative di unepoca o di unera e cominciò ad essere vista sempre più come espressione della condition humaine durante particolari circostanze storiche (32).
In Francia Philip Lejeune pubblica nel 1971 il saggio Lautobiographie en France e quattro anni dopo Le pacte autobiographique (33), vera e propria pietra miliare di questo settore di studi (35). Considerandola dal punto di vista del lettore, Lejeune definisce lautobiografia come "il racconto retrospettivo in prosa che una persona reale fa della propria esistenza, quando mette laccento sulla vita individuale, in particolare sulla storia della sua personalità" (35).
Allinizio degli anni 80, W. J. Mitchell pubblica il libro On Narrative (36), una collettanea di articoli di studiosi provenienti da ambiti diversi (storici, filosofi, critici letterari e psicoanalisti) che si confrontano sulla nuova svolta nei loro ambiti di appartenenza.
Narrazioni e biografie sono presenti anche in quegli studi antropologici che avevano sviluppato una prospettiva antitetica rispetto allo strutturalismo à la Lévy-Strauss: si pensi a M. Mead, a B.K. Malinovsky e a R. Benedict, per non citare che loro. Quello che le opere di questi studiosi, divenute spesso veri e propri best-sellers, mettono in rilievo, è come si diventa uno Zulù, un micronesioano, un Papua, ecc.
Gli antropologi, oggi, non si accontentano più di indagare le istituzioni presenti in una data cultura, ma narrano i racconti che le persone fanno loro; la ricerca antropologica diventa quindi uninterpretazione delle narrazioni biografiche (o autobiografiche) delle persone, finalizzata a farci comprendere in che modo si configura il rapporto "cultura-personalità" (37).
Lantropologo americano C. Geertz è stato il primo, nel suo libro Interpretazione di culture, del 1973 (38), ad affermare e a riconoscere che la cultura non coincide con la struttura delle istituzioni, ma che essa è un modo di interpretare il mondo in accordo con altri (39)
Intorno agli anni 70 vi fu anche una corrente artistica nota come Narrative Art (la cui durata nel tempo restò circoscritta a quel decennio), per alcuni aspetti vicina, ma diversa dalla Conceptual Art. Se questultima infatti si era proposta come riflessione sul concetto di arte e come analisi del linguaggio, nella Narrative Art gli artisti (40) di solito propongono una serie di immagini, spesso sotto forma di sequenza fotografica, corredate da didascalie il cui scopo è quello di attribuire allimmagine stessa un significato analitico, riflessivo e critico. La Narrative Art tende quindi a defunzionalizzare il linguaggio, sia della letteratura che della fotografia, ponendosi oltre la letteratura narrativa. Di questa essa assume comunque la dimensione temporale, la scansione rallentata, diacronica degli eventi filtrati dalla memoria, che ripropone secondo una dimensione quotidiana, senza enfasi né rimandi (41). La Narrative Art si fonda in realtà sullambiguità della memoria, riportando il tutto ad una dimensione che ricorda quella del Nouveau Roman francese di Robbe-Grillet o della Serraute e, a maggiore distanza, quella di Proust.
Proprio come nella Recherche proustiana, lartista francese J. Le Gag, durante il periodo della sua adesione alla Narrative Art, produce molti lavori basati sul gioco della memoria: fotografie corredate di didascalie nelle quali egli ripercorre i luoghi della sua infanzia, fotografata nei particolari delle vacanze di un gruppo di giovani o ancora altre foto, spesso banali, le cui spiegazioni narrative sono però sempre molto puntuali e precise. Nel periodo in cui fu un narrative anche lartista canadese J. Wall produsse tali fotografie: quadri storici riportati al presente secondo una narrazione "aperta a tutti i modelli". Non è un caso che questo artista abbia paragonato la propria ricerca a quella della teoria del romanzo di Bachtin, da questi esposta in Epica e romanzo; nelle fotografie di Wall il "novelliere", o "narratore", diventa un trasmettitore di esperienza (42).
La svolta narrativa ed autobiografica si propaga rapidamente anche alle scienze sociali, forse ancora prima che in altri settori. In Francia, dopo il maggio 68, il movimento studentesco e quello operaio si erano "incontrati" nelle piazze parigine: lesito di questo incontro fu lesperienza dei militanti francesi del gruppo Alpha, legati alle edizioni Maspero di Parigi (43) ; si trattava di volontari decisi a combattere lanafabetismo magrebino: insegnando il francese agli immigrati, essi impararono le loro "storie di vita". Proprio luso delle histoires de vie nelleducazione degli adulti si è diffuso non solo come metodologia, ma come veicolo principale per fare acquisire consapevolezza di come si è e di quello che si fa e si può fare (44)
In Italia le storie di vita iniziarono ad essere usate nellistruzione degli adulti fin dallinizio degli anni 70, con lintroduzione del permesso retribuito delle "150 ore" per il diritto allo studio (1974). Sempre nel nostro paese, la pubblicazione del libro Lettera a una professoressa (1966), scritto dagli allievi di don Milani e della scuola di Barbiana, può essere visto come un esempio ante litteram di narrazione autobiografica/storia di vita di un gruppo di studenti (45).
Anche la psicologia e la psicoanalisi non sono passate indenni attraverso la svolta narrativa/biografica, tantè che si parla ora di una vera e propria psicologia narrativa, determinata dal rinnovato interesse per luso ed il significato delle storie in terapia e più in generale della loro importanza nella costruzione del sé di un individuo.
In ambito psicoanalitico ha fatto la sua comparsa la categoria del sé narratore, dove il termine indica un sé che racconta storie e la descrizione del sé appartiene alla storia narrata. Non manca a questo panorama narrativo lidentificazione del terapeuta con la figura di un "cercatore di storie". (46).
Gli stessi sistemi di credenze, che impariamo con la cultura di cui facciamo parte, non vengono più intesi semplicemente come sistemi di eventi reali, ma sono considerati piuttosto come storie che gli esseri umani si narrano per organizzare e interpretare la loro esperienza. Vista in questottica, anche la "patologia" viene considerata come una particolare struttura narrativa, e la terapia un intervento su di essa (47). Anche le diverse proposte metodologiche presenti in ogni particolare scuola terapeutica possono essere definite come storie o narrazioni diverse; e così, accanto ad una "storia" freudiana e neofreudiana, adleriana, junghiana, abbiamo anche una storia sistemico-relazionale, una gestaltica, eccetera: narrazioni diverse, ma continue, allinterno di quella narrazione più generalizzata che fin dal suo apparire è stato ed è tuttora il movimento psicoanalitico.
Ai confini del più vasto settore che abbiamo definito come psicologia narrativa, un riferimento particolare spetta allo studioso Jerome Bruner ed alla psicologia culturale (o psicologia cognitiva culturale), di cui può, a ragione, considerarsi il fondatore; sono stati molto fecondi gli apporti che questo campo di ricerca ha fornito alle diverse scienze delleducazione e a branche diverse della psicologia; da quella sociale alla psicologia dello sviluppo, ma anche alla psicolinguistica.
Oggetto precipuo di studio della psicologia culturale sono, da un lato, le diverse modalità con cui psiche e cultura si costituiscono o, meglio, si co-costruiscono vicendevolmente nel corso della storia individuale e collettiva delle persone; dallaltro lato anche le modalità con cui noi attribuiamo e produciamo significati, sia con il nostro modo di essere-nel-mondo sia con la nostra capacità di essere "costruttori" di conoscenze e "produttori" di cultura (48). Dalla fine degli anni 80 ad oggi, la produzione dellultimo Bruner si è indirizzata a sottolineare limportanza della ricerca del significato dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti umani.
Importante, negli studi qualitativi di Bruner, è lo studio delle narrazioni, e soprattutto della forma delle narrazioni autobiografiche che i soggetti fanno per costruire i propri sé; anzi, uno dei meriti degli studi bruneriani è proprio quello di aver dotato le narrazioni autobiografiche di fondamenta più scientifiche e di particolari significati (49). Premesso che "la vita vissuta non esiste", Bruner intende lautobiografia entro i diversi "processi culturali" che contengono al loro interno i cosiddetti "fatti" e che, quando ci accingiamo a fare la nostra autobiografia, "vengono in parte creati, in parte trovati".
Ciò che interessa lo studioso americano è approfondire la dimensione narrativa della mente e, al tempo stesso, analizzare la costruzione del sé nellindividuo. Per questo motivo egli vede nella narrazione autobiografica lo strumento privilegiato e quello metodologicamente più adatto per studiare mente e sé, dal momento che spesso i due ambiti possono essere separati solo con difficoltà Ma a differenza di altri autori, che intendono le narrazioni come ricostruzioni a posteriori dellesperienza, Bruner le vede come il tessuto di cui è costituita la nostra esperienza, gli scripts ed i format, cioè i copioni e gli schemi costitutivi dellesperienza stessa.
Anche le scienze biomediche, e la medicina in particolare, non sono passate indenni attraverso la svolta autobiografica. Negli ultimi anni, infatti, accanto ad una medicina basata su prove (evidence based medicine), si sta imponendo sempre di più limportanza di una medicina narrativa (narrative medicine), dove i pesi della narrazione o delle narrazioni dei pazienti ai medici sono considerati altrettanto fondamentali dei segni e dei sintomi della malattia presenti nei pazienti (50). Questa nuova (o forse solo rivalutata e riscoperta) dimensione antropologica nelle diverse relazioni di aiuto e nelle cure mediche ed in quelle assistenziali in senso lato, ha favorito inoltre lo studio delle diverse modalità narrative con cui i malati colpiti da malattie altamente invalidanti, i malati cronici, quelli terminali, ecc., raccontano se stessi.
Allinterno della svolta linguistico-narrativa anche la filosofia ha "ripensato" i suoi metodi (e le sue verità), assumendo motivi che appartengono allambito biografico. Il pensiero novecentesco ha stabilito la centralità delluso del linguaggio, in particolare del linguaggio comune, grazie soprattutto alle opere filosofiche di Ludwig Wittgenstein, ed in particolare alla sua opera postuma Ricerche filosofiche, ma anche alle elaborazioni dei filosofi del Circolo di Vienna (tra cui Carnap).
In questopera emerge sia il concetto fondante di gioco linguistico (Sprachspiel), a sua volta contenuto nelle diverse forme di vita (Lebensformen), sia limportanza dello studio del linguaggio comune, che ciascuno adopera con accezioni, modalità e regole duso comuni, ma nel contempo in maniera assolutamente personale (51).
Psicologia narrativa: una definizione
Il motivo per cui usiamo di preferenza la forma narrativa per descrivere eventi umani, ivi comprese le nostre vite, può essere in parte estrapolato dallorigine etimologica del termine stesso. "Narrare" deriva infatti sia dal verbo latino narrare "raccontare", che dal termine gnarus, "colui che sa in modo particolare": come dire, cioè, che il raccontare implica sia una modalità di conoscere che un modo di narrare, entro uninestricabile mescolanza (52).
Un esempio per tutti: la raccolta araba Le mille e una notte. Sharazade narra e usa il racconto come mezzo potente (forse esorcistico), per scongiurare la morte; per J. L. Borges la narrazione de Le Mille e una Notte diventa infinita e circolare perché la cornice (Sharazade che racconta) è il racconto che genera il racconto (tutte le altre storie della raccolta).
Adriana Cavarero ha identificato Sharazade quale narratrice per antonomasia, sottolineando il suo ruolo di figura-ponte tra Oriente ed Occidente. Proprio in Occidente essa entra a partire dal 700, grazie al fatto di essere in sintonia con limmagine tutta occidentale che attribuisce una matrice femminile al racconto: alla base del potere incantatore di ogni storia si presume vi sia sempre una donna (53).
Uninterpretazione più sottile è quella dello psichiatra ed epistemologo milanese D. De Maio, nel suo bel libro La malattia mentale nel medioevo islamico. Per De Maio quello che Sharazade fa "è pura attività terapeutica"; egli vede infatti Le mille e una notte come "una lunga terapia durata tre anni"; Sharazade cura il re Shahriyar con le parole, con i racconti che "si dipanavano luno dopo laltro finché non le riuscì di far rinsavire il sultano" (54). Lautore sottolinea come tradizionalmente la medicina araba abbia accolto, molto prima di quella occidentale, linvito platonico ad evitare "il grande errore del nostro tempo nella terapia degli esseri umani", riassumibile con "il separare il trattamento dellanima dal trattamento del corpo"; egli ci presenta come dato indiscutibile il fatto che il manicomio islamico funziona come modello per gli almeno cinque ospedali psichiatrici spagnoli fondati nel 400, che influenzarono tutta lassistenza psichiatrica europea per oltre tre secoli; lautore ci mostra, infine, come gli arabi avessero "pensato" ed usato anche terapie integrative, tra cui la balneoterapia e la musicoterapia.
Nella disamina delle modalità terapeutiche che ricordano molto da vicino la moderna psicoterapia, apprendiamo inoltre che, molto prima delle ricerche di G. Bateson e della Scuola di Palo Alto sulla pragmatica della comunicazione umana, furono ancora gli arabi ad usare i paradossi e a prescrivere i sintomi per la cura del disagio psichico (55).
Vale forse la pena, a testimonianza dellevoluzione del pensiero umano e dellarte diagnostico-terapeutica, citare, dal volume Dellarte di guarire i malati di mente di Aslan Baba Valid di Konya (Turchia) del 1300 circa, il seguente passo: "simpongono alluomo 2 modi di convivere con i dolori psicologici: vi sono il dolore fisico, e quello derivante da pensieri errati". Ed ancora: "il secondo derivante da pensieri errati spinge il maestro (
) a parlare con lammalato almeno due volte alla settimana per un periodo di uno, due anni e a chiedergli di parlare e di esprimere i propri pensieri allo scopo di verificare se corrispondono al vero. La strada giusta è quella di avvicinare lammalato alla verità: perché tra lui e la stessa per fuga, perché lammalato non usa i termini appropriati, perché non ha imparato a vedere la verità vi è un gran vuoto".
"Tuttavia i maestri sufi applicano, e in particolare nella Casa dei Pazzi di Dirigi, questo sistema: quando lammalato è triste senza ragione, quando la tristezza non è eliminabile né con la preghiera né con il ragionamento, come detto sopra, allora saranno utili le somministrazioni, ogni mattina e ogni sera, di terre rare, le migliori delle quali sono il bauraq e il sakhir" (56). "Il bauraq chiarisce De Maio riconducibile ad un sale di sodio, ed il meno noto sakhir, in questo caso, avrebbero di fatto le attribuzioni terapeutiche del litio e del rubidio" (57).
E conclude affermando come vi siano nelle frasi riportate almeno quattro concetti: la psicoterapia, la psicoanalisi, la cronobiologia, la farmacoterapia (58).
Per tornare alla narrazione, questa possiede di per sé una fondamentale valenza euristica che attiva un processo di individuazione, una ricerca che mira alla valutazione ed alla precisazione della cosa narrata. Attraverso lattività del narrare operiamo quanto G. Bateson aveva definito un apprendimento di secondo tipo, apprendiamo ad apprendere, perché quanto era stato inizialmente contestualizzato viene ridistribuito e rivisto in contesti diversi.
E sempre narrando o narrando-ci costruiamo noi stessi ed il nostro sé in un continuo processo dialettico che è anche un "atto di bilanciamento" tra unidea di autonomia ("io sono me stesso") ed una di appartenenza a connessioni diverse ("io sono parte di questa classe, gruppo, famiglia, cultura"). Senza la capacità di raccontare storie su noi stessi, sarebbe infatti difficile definire qualcosa come unidentità.
Per il costruzionismo sociale "ciascuno di noi è un filo del lavoro a maglia formato dalle costruzioni di altri che sono a loro volta fili del nostro lavoro a maglia. Come questa delicata interdipendenza di narrazioni suggerisce, laspetto fondamentale della vita sociale è costituito dalla rete di identità che si sostengono reciprocamente" (59). Lidentità personale è quindi meno stabile nel tempo e nelle diverse situazioni; al contrario, essa diventa una vera e propria narrazione che la persona produce con la collaborazione di quanti sono presenti nel suo contesto relazionale (60).
Ma cosa si intende precisamente per narrazioni in psicoanalisi?
Questo termine si offre a molteplici interpretazioni, non ultima, quella di rileggere in chiave psicoanalitica romanzi, pièces teatrali o film particolarmente significativi. Daltronde lo stesso Freud era un lettore appassionato soprattutto di "romanzi psicologici" da cui traeva diletto, ma da cui estrapolava anche dati per le proprie ricerche (61).
Egli fu però soprattutto un grande scrittore, tanto da meritare, nel 1930, il prestigioso premio Goethe per la letteratura. In Freud non soltanto il linguaggio assume la massima importanza essendo lo strumento precipuo della sua tecnica, ma il suo uso nella prosa originale tedesca è "superbo", se non addirittura "poetico" (62). Thomas. Mann, parlando delle opere freudiane, ha scritto che "in quanto a forma e struttura (esse)
appartengono alla grande saggistica tedesca, che ne costituiscono, anzi uno dei capolavori" (63).
In una singolare intervista rilasciata nel 1934 allo scrittore italiano G. Papini, Freud aveva chiaramente ammesso di essere "uno scienziato per necessità, non per vocazione. La mia vera natura è dartista
E cè una prova inconfutabile: in tutti i paesi dove è penetrata la Psicoanalisi essa è stata meglio intesa e applicata dagli scrittori che dai medici. I miei libri, difatti, somigliano assai più a opere di immaginazione che a trattati di patologia" (64). Nella stessa intervista, egli aveva poi dichiarato: ho "saputo vincere, per via traversa, il mio destino e raggiunto il mio sogno: rimanere un letterato pur facendo, in apparenza il medico" (65).
Le sue Krankengeschichten, cioè i Casi clinici che conosciamo con i titoli Il caso di Dora, Luomo dei lupi, Il piccolo Hans, prima ancora di essere considerati resoconti scientifici, possono essere visti come veri e propri racconti con caratteristiche letterarie e narrative del tutto originali.
Ma quando Freud leggeva, lo faceva per imparare e nel 1907 scrisse che i poeti erano molto più avanti delluomo comune nella conoscenza dellanima, "perché attingono a fonti che non sono ancora state aperte alla scienza" (66).
Lo scrittore tedesco A. Döblin, già medico e neurologo, dopo essere stato in analisi con Simmel a Berlino nel 1919, usò la psicoanalisi con i propri pazienti e in merito agli scrittori che influenzarono direttamente Freud è ancora più puntuale quando scrive: "Si è detto che la psicologia del profondo di Freud avrà per effetto una poesia profonda. Una totale idiozia! Dostoevskij è vissuto prima di Freud, così come Ibsen e Strindberg hanno scritto prima di Freud e sappiamo che Freud ha imparato da loro e ne ha utilizzato le opere per le sue dimostrazioni" (67).
Lo stesso Döblin nel 1931 a chi gli rimproverava di essere stato influenzato da James Joyce per la composizione del suo romanzo Berlin Alexanderplatz, aveva replicato perentorio: "La tecnica associativa svolge un ruolo importante in Alexanderplatz ed io la conosco meglio di Joyce visto che lho appresa sul campo, dalla psicoanalisi" (68).
La narrazione in psicoanalisi può anche essere vista, secondo una diversa accezione, come verità narrativa: una verità che si instaura grazie al modo del tutto peculiare di stare in seduta da parte dellanalista, che partecipa con il paziente alla costruzione di una pièce qualunque, il cui sviluppo e la cui trama non è dato sapere in anticipo a nessuno dei due co-narratori e da cui, comunque, ciò che esce è il testo narrativo stesso (69). Psicoanalisi, dunque, come spazio letterario, oltre che come vera e propria terapia, dove alleviare la sofferenza psichica diventa possibile grazie alla narrabilità e alla condivisibilità di quanto prima si esprimeva solo attraverso sintomi di malessere e di disagio.
James Hillman, con Le storie che curano (1984), collocandosi "nello spazio intermedio tra psicoterapia e letteratura, tra larte di curare e larte di narrare" (70), è stato uno dei primi autori che ha esplicitamente considerato la psicoterapia come un processo estetico ed artistico. Il libro ha come tema di base la natura poetica, o meglio poietica, della mente, che egli vede "nella sua stessa attività narrativa, nel suo fare fantasia: questo fare è poiesis" (71).
Partendo da presupposti provocatori come quello dellinutilità della terapia che raramente guarisce, sui quali si può anche non essere daccordo, lautore analizza la teoria psicoanalitica come opera di narrazione immaginativa e lopera dei padri fondatori, Freud, Jung, Adler, come vera e propria opera letteraria, roman à clef, in cui vi sono personaggi, una trama, una conclusione o dénouement, uno stile che condiziona la storia e delle immagini mitiche che ne sono i referenti. Si arriva così a parlare di una "poetica" di Freud, considerato più letterato che medico, come è già stato sottolineato, di un "metodo di autoconoscenza" di Jung, che aveva fatto dello gnosci te ipsum non solo il Leitmotiv della propria esistenza, ma, allinterno della psicologia analitica, il metodo per perseguirla.
"Questo come, arte o modo di procedere con se stessi, che è poi anche limpulso fondamentale inerente a tutta la psicologia, è ciò che in modo particolare possiamo imparare da Jung" (72).
Fondamentale la rivisitazione del pensiero di Adler, a torto negletto; dal terzo co-fondatore della psicoanalisi Hillman riprende i concetti fondamentali: il senso di inferiorità (73), la volontà di potenza, le mete finzionali, lermafroditismo psichico ed il Gemeinschaftsgefühl.
La concezione di Hillman, che vede nelle opere psicoanalitiche un genere letterario, è consona con quella di Heidegger, secondo il quale si può fare filosofia solo in forma di poesia. Naturalmente, se si attribuisce al termine poetico, poesia, poeta il significato proposto da Hillman, che si identifica col "fare parole dellimmaginazione" (74), non è difficile definire in questo modo qualsiasi attività creativa. "Conoscere la profondità della mente significa conoscere le sue immagini, leggere le immagini, ascoltare le storie con unattenzione poetica, che colga in un singolo atto intuitivo le due nature degli eventi psichici, quella terapeutica e quella estetica" (75).
Unapplicazione clinica a quanto sottolineato da Hillman è la proposta di E. Polster, terapista della Gestalt, di considerare la vita di ciascuno un romanzo (76) ed il terapista alla stregua di uno scrittore, ma anche di un cercatore o scopritore di storie che aiuta il cliente a riscrivere o a mettere in risalto la trama della propria biografia. Un lavoro, questo, fatto nell hic et nunc, nel qui ed ora, ma con locchio attento al là e allallora, in modo tale che la trama tracciata possa indicare come esista anche un futuro al quale si può guardare (77). Per Polster sperimentare lesperienza della fascinazione per la propria vita è riscoprire il proprio essere interessante e interessato (78) ; è non solo ammettere che ogni vita merita un romanzo, ma soprattutto che in ogni vita vi sono cose da vedere, da scoprire e da raccontare.
"Succede spesso che lindividuo sia lultimo a rendersi conto del dramma della propria esistenza. Si meraviglia di fronte alle avventure altrui, ma non guarda dentro e non si avvede che anche la sua esistenza gli offre altrettante possibilità" (79). In questa accezione latto narrativo, il raccontare di sé, realizza uno dei "temi ricorrenti e più affascinanti dellesistenza che è la trasformazione dellordinario nel notevole. Lo straordinario è proprio lì, tra le quinte dellordinario, in attesa di una forza ispiratrice che riesca a liberarlo" (80).
Proposte interessanti su come intendere la dimensione narrativa in terapia sono anche quelle di alcuni analisti sistemico-relazionali. Il libro Voci multiple. La narrazione nella psicoterapia sistemica familiare, non analizza soltanto le interazioni dei membri di gruppi familiari, ma rappresenta un interessante esperimento di superamento delle rigide compartimentazioni settarie tra le diverse scuole terapeutiche. Gli autori, pur partendo da due posizioni teoriche di solito molto lontane tra loro, quella psicoanalitica (81) e quella sistemica, allinterno di una istituzione ancora più tradizionale quale è la Tavistock Clinic, per lavorare congiuntamente ad un progetto comune, si sono accorti che le narrazioni, o meglio, il modello narrativo era ciò che molto semplicemente, essi condividevano, indipendentemente dalla scuola di provenienza. Il lavoro risultante è stato quindi un discorso comune condiviso e condivisibile sui diversi approcci alla narrazione familiare.
In La terapia narrata dalle famiglie alcuni terapeuti sistemici di Roma (82) hanno analizzato le costruzioni narrative di una vasta coorte di famiglie che erano state in analisi almeno una decina di anni prima. Attraverso i loro racconti gli autori hanno cercato non solo di sondare cosa ogni famiglia ricordava della terapia, ma soprattutto quelli che per ciascun membro erano stati gli aspetti più significativi dellintera esperienza terapeutica: dalle interazioni del terapeuta nelle diverse modalità di stare con le famiglie, al modo in cui questi aveva presentato le diverse difficoltà incontrate, fino a valutare cosa era veramente cambiato nelle dinamiche familiari dopo la terapia o ancora, quali erano state le risorse a cui la famiglia era ricorsa nelle situazioni difficili. Il volume dà voce anche alle narrazioni dei terapeuti stessi, per riflettere sulle loro risonanze terapeutiche, che troppo spesso rimangono inascoltate.
Di scuola sistemico-relazionale, ma soprattutto costruttivista, è il terapeuta australiano M.White, per il quale, molto semplicemente, la terapia è narrazione perché tutto, compresi i sistemi di credenze, vengono intesi come storie che gli esseri umani si raccontano per organizzare ed interpretare la loro esperienza e per dare un senso al loro In-der Welt-sein Per White se qualunque idea, concezione, pensiero ha una sua particolare struttura narrativa, a maggior ragione la malattia o il disagio psichico possiedono una struttura narrativa ancora più peculiare ed egli vede la terapia come un mezzo per agire su questa (83). Interessante è poi il fatto che i suoi interventi vengono rafforzati con scritti quali diplomi, certificati, attestati o semplici lettere che egli invia ai pazienti o alle loro famiglie per confermare che un certo percorso è stato fatto e certi risultati raggiunti, o meno.
Da questa breve panoramica risulta evidente come il significato delle narrazioni in psicoanalisi sia proprio questo: una molteplicità di visioni che sfuggono ad un'unica definizione o ad ununica risposta alle domande: "Che cosè la narrazione? Quale è il confine tra storia, narrazione, mito, racconto?" e che suggeriscono anche uneventuale risposta alla domanda: "Quale è la verità della storia?". Sì, perché se attraverso il narrare ed il narrar-ci cerchiamo di mettere ordine nel kaos (84) della nostra esistenza e delle nostre esperienze, altrettanto vero è il fatto che il gioco sottile della memoria non ci porta mai ad assicurare alle nostre narrazioni una verità assoluta: quando raccontiamo possiamo, al più, assicurare una certa verosimiglianza o una certa sincerità. Anche la verità viene negoziata o costruita nel dialogo, proprio come lidentità.
A questo proposito, già gli antichi greci ritenevano che lidentità di ciascuno fosse espressa dalla storia o dalle storie della sua vita risultante della somma di tutti gli avvenimenti cui questi aveva preso parte. Quando Ulisse alla corte del re dei Feaci siede in incognito e sente laedo cieco che canta e racconta "Gesta di eroi, una storia la cui fama giungeva allora al cielo infinito", (85), egli per la prima volta sente cantare della Guerra di Troia, di se stesso e delle sue imprese e piange, nascondendo il volto nel mantello purpureo. Hannah Arendt così commenta: "Non aveva mai pianto prima" e di certo non aveva mai pianto "quando i fatti che ora sente narrare erano realmente accaduti. Solo ascoltando il racconto egli acquista piena nozione del suo significato" (86). E sempre secondo i greci, dal momento che alle storie di ogni uomo partecipano anche gli dei, queste hanno il valore di miti e la biografia di ciascuno diventa la sua mitologia. In epoca più tarda gli stessi greci attribuiranno al concetto di introspezione o conoscenza di sé proprio lattività di sistemare o vagliare attentamente queste storie (87).
Il rischio odierno, se di rischio si può parlare, è semmai quello di attribuire un significato eccessivo al concetto di narrazione, banalizzando i fondamenti epistemologici o il quadro filosofico di riferimento a cui il tutto si deve ricollegare, cioè lontologia dellessere e non soltanto quella dellesistere, anche se comunque il raccontare o il raccontarci resta la modalità generalmente accolta con cui si identifica il significato più profondo dellumana esistenza.